C’erano una volta il posto fisso, il salario adeguato all’inflazione, la pensione garantita e perfino il TFR, quel Trattamento di Fine Rapporto che dopo anni di lavoro aveva consentito alla generazione dei cosiddetti “boomers” di trovarsi un bel gruzzoletto di soldi in mano, per godersi il resto della vita.
C’erano, appunto.
Perché se l’articolo 1 della nostra costituzione sancisce che:
“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”
oggi possiamo affermare in tutta onestà che:
“L’Italia è una Repubblica democratica fondata su disoccupazione, lavoro povero e, per i pochi che se lo possono permettere, sulla rendita”.
Sfruttati, disoccupati e scioperati di tutto il mondo, welcome tu Cinelavori!
IL LAVORO, UN VERO PECCATO
“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!” (cit. Genesi, capitolo 3 versetto 19)
Che la vita ci avrebbe riservato lavoro, fatica e sudore ce lo ricorda la bibbia nella Genesi: pare infatti che se non fosse stato per Eva saremmo ancora a godercela nel paradiso terrestre … Un vero e proprio peccato originale!
Bisognerà dunque aspettare la rivoluzione francese perché uno dei principi - cardine della condizione umana, ovvero un modello sociale fondato sulla costante contrapposizione tra oppressi e oppressori, venisse incrinato al grido
“Liberté Egalité Fraternité!”
mentre saltava la testa di Luigi XVI, l’ultimo monarca per diritto divino.
IN TESTA ALLA RIVOLUZIONE
“Gli uomini nascono e restano liberi e uguali nei diritti”
citava infatti nel 1789 l’articolo 1 della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, e forse non sorprenderà sapere che da questo traguardo restavano escluse le donne:
la pasionaria antischiavista Olympe de Gouges autrice della “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” fu ghigliottinata nel 1793 a due settimane dall’esecuzione di Maria Antonietta, convinta fino all’ultimo che “ … se la donna ha il diritto di salire sul patibolo allo stesso modo deve avere quello di salire sulla Tribuna”!
Ma questa, dei diritti e del lavoro femminili, è una storia che potete ascoltare proprio qui su Cinepolitik nella prima puntata di Cinefemminismi.
Quella dei diritti dei lavoratori uomini procede invece insieme a due figure - chiave che nel 1848 con il “Manifesto del partito comunista” e nel 1867 con "Il Capitale" avevano svelato la radicale ingiustizia di ogni sistema sociale, in particolare quello capitalista: Karl Marx e Friedrich Engels.
“La leggenda del peccato originale teologico ci narra come l’uomo sia stato condannato a guadagnare il pane col sudore della propria fronte; la storia del peccato originale economico ci mostra invece come mai esistano delle persone che non hanno assolutamente una tale necessità”. (cit. “Il Capitale” Libro I)
Furono proprio i due filosofi ed economisti tedeschi a fissare i principi alla base della diseguaglianza nell’era del primo capitalismo industriale, alcuni dei quali oggi più che mai validi:
il Plusvalore cioè il profitto che nasce dalla differenza tra il valore prodotto dal lavoratore e il salario ricevuto, ovvero dallo sfruttamento del lavoro stesso
l’Accumulazione primitiva ovvero il processo violento di espropriazione delle terre e delle risorse che attraverso colonialismo, schiavitù e sfruttamento ha dato origine al capitalismo
e la lotta di classe come motore della storia umana, da quella tra schiavi e padroni dell’antichità, passando per quella tra signori e servi di epoca feudale fino a quella tra borghesia e proletariato dell’era industriale.
Una contrapposizione, quella tra borghesia e proletariato, oggi in parte superata visti l’impoverimento della classe media, la denatalità imperante e la folle concentrazione di ricchezza nelle mani di una manciata di multimiliardari del Tech e della finanza (per approfondire qui il Rapporto Oxfam 2026 )
ma all’epoca lo spettro del comunismo (e del socialismo) si aggirava per l’Europa, ponendo le basi per i lenti progressi, le feroci repressioni e le importanti conquiste che avrebbero segnato il cosiddetto “secolo breve”.
IL NOVECENTO IN BREVE
“I fascisti non sono mica come i funghi che nascono così, in una notte… i fascisti sono stati i padroni a seminarli, li hanno voluti, li hanno pagati, e coi fascisti i padroni han guadagnato sempre di più, al punto che non sapevano più dove metterli i soldi. Così hanno inventato la guerra. Ci hanno mandato in Africa, in Russia, in Grecia, in Albania, in Spagna, ma chi paga siamo sempre noi” (cit.)
Esattamente 50 anni fa, il 21 maggio 1976, veniva presentato a Cannes “Novecento” di Bernardo Bertolucci, il colossal di 5 ore e 20 minuti che attraverso la contrapposizione tra il possidente terriero Alfredo Berlingheri (Robert De Niro) e il contadino comunista Olmo Dalcò (Gerard Depardieu) ripercorreva la storia d’Italia tra lotte sindacali, ascesa del fascismo e liberazione.
Se infatti il regime aveva spazzato via insieme a oppositori, diritti e sindacati anche lo sciopero, trasformato nel 1926 in reato penale, la sua fine aveva dato il via ad una nuova era di diritti e tutele:
Nel 1944 viene fondata la Confederazione Generale Italiana del Lavoro - CGIL
nel 1945 sotto spinta della CGIL è introdotto l’adeguamento automatico dei salari al costo della vita, altresì detto “Scala Mobile”
Nel 1948 lavoro, libertà sindacale e sciopero diventano diritti fondamentali della nuova costituzione repubblicana
Nel 1969 il socialista Brodolini riforma il sistema pensionistico calcolando le pensioni sulla media delle ultime retribuzioni (e non sui contributi versati come ora) e adattandolo automaticamente al costo della vita
Nel 1984 il diritto ad una pensione minima viene esteso anche a casalinghe e indigenti
Ma soprattutto nel 1970 Lo Statuto dei Lavoratori fissa le basi stesse per la tutela della libertà e dignità dei lavoratori inclusi:
- La tutela della libertà e attività sindacale (art. 14-18)
- La tutela della salute e della sicurezza sul lavoro (art 9)
- e il reintegro obbligatorio per chi fosse stato licenziato senza giusta causa (ART 18)
TUTTO A POSTO
“Il posto fisso è sacro!” (cit.)
Belli i tempi del posto fisso, delle ferie pagate e della pensione garantita!
E in effetti l’Italia del dopoguerra, come l’Europa strategicamente posizionata tra l’America liberatrice e liberista e la Grande Russia comunista, a suon di lotte sindacali, manifestazioni studentesche e voti in massa al PCI aveva rappresentato il perfetto connubio fra sviluppo industriale e garanzie sociali, con scuola e sanità pubbliche, affitti calmierati, stipendi adeguati al costo della vita e, appunto, tutela del lavoro.
Cos’era successo?
E perché nel 2016 nel film “Quo Vado” Checco Zalone ci raccontava già un sopravvissuto del lavoro garantito, per la sua generazione e quelle successive ormai confinato praticamente alla sola amministrazione pubblica?
Ripercorriamo insieme qualche data cruciale:
Nel 1992 il governo Amato abolisce la “Scala mobile” per ridurre il costo del lavoro e aumentare la competitività delle imprese, da cui il tracollo del valore dei nostri salari, rimasti fermi da 30 anni e tra i più bassi d’Europa
Nel 1997 la legge Treu introduce i contratti Atipici (cococo, lavoro interinale)
Nel 2003 la legge Biagi estende il lavoro precario a stage, collaborazioni, part-time involontario
Nel 2012 la legge Fornero modifica l’art 18: il reintegro al lavoro è solo in casi eccezionali (forti discriminazioni), al lavoratore assunto dopo il 2012 spetta solo un risarcimento e nei licenziamenti collettivi valgono anche “motivi economici” non specificati.
e colpo finale nel 2014-15 con il Jobs Act il governo Renzi abolisce l’art 18 per i nuovi assunti sostituendolo con un contratto a tutele crescenti
Conclusione?
Nel 1991 il crollo dell’unione sovietica con la conseguente privatizzazione selvaggia degli ex stati comunisti aveva offerto all’Europa non solo nuovi mercati per esportare i propri prodotti, manodopera a basso costo per produrli e una vantaggiosa concorrenza al ribasso per le aziende, ma soprattutto l’occasione per rinnegare il proprio modello economico e sociale in nome di un’adesione totale e incondizionata al libero mercato.
Libertà di tagliare, insomma.
PENA CAPITALE
“Vedo uomini che lavorano nella stessa azienda per una vita intera … e non hanno mai un momento di felicità. Lei ha un’opportunità Bob, questa è una rinascita” (cit.)
Il delizioso ma amarissimo film di Jason Reitman “Tra le nuvole” (2009) racconta la vita di Ryan Bingham/George Clooney, un “tagliatore di teste” che seguiamo collezionare punti della sua carta vip America Airlines mentre vola da uno stato all’altro del paese per licenziare folle di dipendenti di grosse aziende in nome della loro “rinascita” personale e di nuove ”opportunità”.
(QUI la scena - chiave)
Siamo nell’America della grande recessione seguita al crollo della Lehman Brothers e di Wall Street, ma l’impatto della “New Economy” e la conseguente ascesa delle Big Tech avrebbero messo ulteriormente in crisi il mondo del lavoro, modificandone assetti e prospettive.
AL DIAVOLO IL LAVORO
“Ammettilo Andy: tu ti sei venduta l’anima il giorno in cui ti sei messa il primo paio di Jimmy Choo, ti ho visto!” (cit.)
Ci ho messo 20 anni a capire che la crisi sentimentale di Anne Hathaway nel film cult “Il Diavolo veste Prada” (2006) non riguardava il fidanzato ma il lavoro.
Quella storia infatti era anche la mia che, come lei, mi ero ritrovata con una brillante laurea in tasca e l’unica prospettiva di fare da galoppina nel seducente mondo della moda, un mondo che mi offriva qualche prezioso capo di marca avanzato dalle sfilate in cambio di sfruttamento e flessibilità assoluta e che insieme a quello dell’informazione sarebbe cambiato in maniera radicale nel giro, appunto, di soli 20 anni.
Il sistema - moda messo in crisi tra gli altri
dalla sempre più ridotta capacità di spesa dei consumatori,
dall’ascesa del fast fashion,
dalla delocalizzazione della produzione,
e dall’acquisto online
Il sistema dell’informazione falcidiato non solo dai sempre più diffusi attacchi alla libertà di stampa e alla vita di reporter di guerra e giornalisti d’inchiesta, ma anche dall’ascesa di social media e piattaforme online che hanno:
monopolizzato il traffico verso i siti di notizie
concentrato quasi tutti i ricavi pubblicitari
e diffuso la bizzarra idea che l’informazione debba essere gratuita
cosicché dal 2008 sono stati licenziati circa 40.000 giornalisti negli USA e 5.000 in Italia, dove oggi il 50% è freelance senza contratto
(fonte INGPI - Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani e Federazione Nazionale della Stampa Italiana)
LIBERTE’, PRECARITE’, FLEXIBILITE’
“… Vabbè sono laureato, ma guardi è un errore di gioventù del quale sono perfettamente consapevole” (cit.)
Ci dicevano che la flessibilità (o per meglio dire la precarietà) avrebbe però promosso opportunità, libera iniziativa, talento e merito, ma in Italia non è andata proprio così.
Uscita tra il 2014 e il 2017, la trilogia cinematografica “Smetto quando voglio” di Sydney Sibilia racconta di un gruppo di brillanti ricercatori universitari che si trasformano in produttori e spacciatori di smart drugs per sfuggire a povertà e precariato, e diventa una denuncia comica ma amarissima della disastrata realtà italiana
Infatti mentre dal 1994 a oggi Germania e Francia aumentavano rispettivamente del 20% e del 10% i fondi per l’università e la ricerca destinando il 3,2% e il 2,5% del PIL
l’Italia in 30 anni li riduceva del 45% in termini reali, tagliando il personale del 25%, precarizzando un’intera generazione di docenti e posizionandosi ultima in Europa per investimenti (solo l’1,1% del PIL!), con esiti drammatici per l’innovazione, l’economia e il futuro del nostro paese (dati Eurostat).
Solo nel 2023 erano conteggiati infatti in 33.000 i ricercatori italiani all’estero con la promessa di lavoro stabile e stipendi 3 – 4 volte superiori ai nostri (Report Innovitalia Del Ministero degli Affari Esteri), mentre tra i ricercatori under 40 rimasti nel belpaese il 70% sono precari con contratti a termine (fonte: ANVUR)
Quanto alla cultura, il paese con il maggior patrimonio culturale al mondo investe solo lo 0,2% del PIL contro lo 0,5% della media UE, perché come diceva l’ex ministro dell’economia Tremonti negli anni d’oro del Berlusconismo:
“Di cultura non si mangia”.
Un mantra ripetuto talmente tante volte che abbiamo finito per crederci, come se fare e divulgare cultura fosse innanzitutto una missione, e poi, forse, chissà, un lavoro.
“Dopo il mio primo libro un critico letterario mi ha detto: “farà molta strada”. Son arrivato a Pigalle, al 6° piano di un palazzo da ristrutturare” (cit.)
Nel film premio per la miglior sceneggiatura 2025 a Venezia “La mattina scrivo” di Valerie Donzelli, il protagonista decide di dedicarsi alla scrittura dopo un promettente esordio letterario ma finirà per ridursi in povertà barcamenandosi tra piccoli lavoretti come muratore tuttofare assegnati al ribasso da una piattaforma Big Tech
E’ la Gig Economy, bellezza, l’ultimo ritrovato del tecno-capitalismo!
PADRONI DEL NOSTRO DESTINO
“Vorrei lavorare in proprio ora, essere il mio capo”
“Vediamo di mettere in chiaro le cose: tu non lavori per noi, lavori con noi” (cit.)
Il film è “Sorry we missed you” di Ken Loach, eppure non parliamo solo dei fattorini che sgommando sotto la pioggia ci portano a casa il sushi o una nuova cover per lo smartphone ma anche di noi:
freelance, partite iva, precari sottopagati costantemente esposti al ricatto perché senza tutele, orari, né ammortizzatori sociali.
Quella “working class” di lavoratori poveri su cui proprio il regista britannico ha costruito un’intera filmografia che oggi risulta quasi obsoleta, se pensiamo che secondo le stime dell’agenzia internazionale MCKinsey e del World Economic Forum tra il 2020 e il 2030 l’AI spazzerà via dagli 85 ai 100 milioni di posti di lavoro soprattutto in settori quali
manifattura
servizio clienti
amministrazione
logistica
contabilità
commercio al dettaglio
Per non parlare dei cosiddetti “lavori di primo ingresso”, ovvero quelli dei giovani, e di quelli legati a interi comparti creativi - culturali quali traduzione, copywriting, illustrazione, graphic design e via di seguito.
E tutto questo in nome di una PRODUTTIVITA’ che se da un lato sta velocizzando i nostri processi di lavoro dall’altro non sta affatto aumentando i nostri salari…
Ci siamo chiesti perché e, soprattutto per chi?
SERVI DELL’ALGORITMO, SCHIAVI DELL’AI
Tra il 1999 e il 2003 la trilogia cyberpunk di Matrix realizzata dalle oggi sorelle Wachowski aveva già prefigurato la dura verità: in un mondo in cui abbiamo già sostituito la tirannia del padrone con la tirannia dell’algoritmo, oggi a decidere le sorti del lavoro – e delle nostre fragili democrazie - è l’AI. E chi, naturalmente, ne guida sviluppo e obiettivi.
Mark Zuckerberg, pronto a licenziare circa 8000 dipendenti di META per investire 135 miliardi di dollari nell’AI in un solo anno (qui la notizia) è ad esempio consapevole che “il rischio è lasciare molti indietro”, mentre lo stesso fondatore di xAI e cofondatore di OpenAI Elon Musk ammette che “L’AI renderà il lavoro obsoleto più velocemente di quanto possiamo immaginare”.
Nessun problema però, perché sono gli stessi gli stessi multimiliardari della Silicon Valley a offrire soluzioni mentre i loro profitti esplodono!
Se infatti per Musk “Sarà necessario un reddito universale”, l’influencer informatico Curtis Yarvin nel suo libro “Patchwork: a political system for the 21 century” (2008) si spinge oltre, proponendo la soluzione “Matrix” di rinchiudere tutti gli “improduttivi” in ambienti chiusi connettendoli attraverso dei visori di realtà virtuale a un sistema di simulazione (alla realtà virtuale insomma), così da tenerli fuori dalla gestione politica e sociale…!
Se vi state chiedendo chi è costui, basti sapere che Yarvin è promotore di un regime monarchico a guida High Tech definito anche “Illuminismo Oscuro”, nonché il punto di riferimento ideologico sia del miliardario Peter Thiel che del vicepresidente americano Vance!
Paura, eh?
Personalmente credo che si debba invece tornare alla vecchia scuola novecentesca delle lotte comuni e delle grandi manifestazioni collettive con una lista di richieste - base:
Un salario minimo come richiesto dall’UE, dove è presente in 21 paesi su 27 ma in Italia non c’è, tanto che per l’Inps un lavoratore su 5 guadagna meno di 900 euro al mese
Ripristinare la “Scala mobile” smantellata dagli anni ’90 per adeguare automaticamente i salari al costo della vita
Esigere il rinnovo automatico dei Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro, in maggioranza scaduti da anni (ad esempio, Commercio, Edilizia, Turismo, Logistica) insieme al conseguente adeguamento retributivo (e, secondo il decreto legge n. 62/2026, non ci saranno adeguamenti retributivi per i contratti già scaduti prima del 2028!)
Più investimenti su sanità, scuola, università e comparto cultura, fino ad oggi costantemente falcidiati
Nuove tutele per i circa 5 milioni e mezzo di lavoratori autonomi di cui il 40% con redditi inferiori ai 15000 Euro l’anno, dunque come minimo indennità di disoccupazione e pensione dignitosa garantita
Nuove tutele per contratti a termine e part time involontari (anche qui circa 5 milioni e mezzo secondo Istat), che colpiscono in primis donne e i giovani, non a caso in fuga all’estero
Nuove forme contrattuali per contrastare il lavoro nero, quantificato da Istat in circa 3 milioni di lavoratori soprattutto nel settore del turismo, dell’agricoltura e dell’assistenza domestica
E certo,
La regolarizzazione degli immigrati come in Spagna, non solo perché col più basso tasso di natalità della UE in Italia abbiamo bisogno dei loro contributi per pagare servizi sociali e pensioni, ma perché la catena dello sfruttamento parte proprio da lì sottraendo valore al lavoro di tutti e tutte, proprio come nel gioco della torre Jenga!
OMNIA VINCIT LABOR
“La più grande beffa del capitale è stata convincerci che il lavoro sia il nostro più grande amore”
scriveva Sarah Jaffe nel suo libro - inchiesta “Il lavoro non ti ama” (Minimum Fax, 2022), come se il detto “Fa’ ciò che ami e non lavorerai nemmeno un giorno in vita tua” fosse vero.
In realtà questa mitologia del lavoro come passione, amore o missione è il giogo che “permette ai capi di spezzettare a loro piacimento gli orari di lavoro dei commessi, di pretendere che gli impiegati lavorino da casa a qualsiasi ora, di monitorare a distanza i lavoratori con un’app per spremerli fino all’osso”
e rientra anche in quell’”economia della promessa” che nel nome di “visibilità” e “investimento su sé stessi” vive – e prospera – di stage non retribuiti e salari da fame.
(QUI il podcast ispirato al libro)
Eppure la Jaffe ci mostra anche altro, ovvero come nuove forme di lotta collettiva e sindacalizzazione stiano cambiando la vita di chi lavora proprio ora, negli Stati Uniti modello Trump, dalla nascita del primo sindacato dei lavoratori Amazon (l’Amazon Labor Union, 2022) e Starbucks (Starbucks Workers United 2021) fino alle rivendicazioni di sceneggiatori, attori e musicisti che reclamano diritti e limiti all’utilizzo dell’AI (sindacato SAG-AFTRA e Writers Guild of America).
Lascio dunque a lei le ultime parole:
“Lo sciopero stesso è un mezzo per reclamare il tempo dal lavoro, un modo per dimostrare l’importanza dei lavoratori fermando il normale ritmo della produzione, ma anche un modo per rivendicare il proprio tempo e la propria capacità creativa. (…) Liberare l’amore dal lavoro è allora la chiave per ricostruire il mondo”.
Cinepolitik è un podcast ideato, scritto ed editato da Martina Tarozzi con la produzione di Officina del Podcast: se ti interessa sostenerlo, t’invito a seguirlo nelle principali piattaforme streaming, ad aggiornarti sulla pagina Cinepolitik di Substack dove troverai gli articoli, i film e i link citati in ogni puntata e, naturalmente, a guardare la realtà sempre con sguardo critico, dentro e fuori dagli schermi
FILMOGRAFIA
1927- Metropolis di Fritz Lang
1936 - Tempi Moderni di Charlie Chaplin
1971 La classe operaia va in paradiso di Elio Petri
1976 – Novecento di Bernardo Bertolucci
1988 Essi Vivono di Carpenter
1989 She devil di Susan Seidelman
1991 Riff Raff di Ken Loach
1993 Piovono pietre di Ken Loach
1994 – Giovani carini e disoccupati di Ben Stiller
1999 – Risorse umane di Laurent Cantet
2000 Bread and roses di Ken Loach
2001- 2002 The Office serie tv di Ricky Gervais
2002 I lunedì al sole di Fernando Leon de Aranoa
2002 Lunedì mattina di Otar Iosseliani
2004 In good company di Paul Weitz
2004 Mobbing – mi piace lavorare - di Francesca Comencini
2005 2013 The Office serie tv remake USA
2006 Il diavolo veste prada film
2007 In questo mondo libero di Ken Loach
2008 Louise Michel di Gustave de Kervern e Benoit Delephine
2008 Tutta la vita davanti di Paolo Virzì da “Il mondo deve sapere” di Michela Murgia
2009 Tra le nuvole di Jason Reitman
2009 Capitalism: a Love story di Michael Moore
2010 We want sex di Nigel Cole
2011- 2013 Elightened serie tv co-ideata da Laura Dern
2011- oggi Black Mirror serie tv di Charlie Brooker
2011 Marx reloaded di Jason Barker
2012 Tutti i santi giorni di Paolo Virzì
2013 Il capitale umano di Paolo Virzì
2014 Due giorni, una notte di jeanne pierre e luc Dardenne
2014- 2017 Smetto quando voglio di Sydney Sibilia
2015 La legge del mercato di Stéphane Brizé
2016 – Quo Vado di Gennaro Nunziante
2016 – Io, Daniel Blake di Ken Loach
2017 Il giovane Karl Marx di Raul Peck
2018 Metti la nonna nel freezer di Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi
2019 Parasite di Bong Joon-ho
2019 Sorry we missed you di Ken Loach
2021 The gig is up di Shannon Walsh
2021 The future of work by DW documentary
2022 Triangle of sadness di Ruben Ostlund
2022 – oggi Severence serie tv creata da Dan Erikson e diretta da Ben Stiller
2023 Do not expect too much from the end of the world di Radu Jude
2025 No other choice di Park Chan-wook
2026 Send Help di Sam Raimi
2026 La mattina Scrivo di Valerie Donzelli
2026 Il Diavolo veste Prada 2



















